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L’immaginario dicotomico della parola di Insinga

Intervista di Grazia Calanna
Apparsa nella rubrica Ridenti e Fuggitivi del quotidiano La Sicilia 11 febbraio 2018

La parte oscura della nostra parola «è il nostro serbatoio di realtà, la nostra fonte. Ed essa ci è accessibile perché – la poesia è questo – affiora in ogni parola. Ascoltare una parola e non una frase, è, ancora per un istante, intenderla prima che vi si mostrino le articolazioni del concetto. Una vita si apre».

La riflessione di Yves Bonnefoy ci introduce alla lettura di “Etcetera”, sempiterno leporello animato dai versi polisemici (e polifonici) di Maria Grazia Insinga; quattro successioni (“Il mostro”, “La dea”, “La bestia”, “L’avvelenatrice”) e un “Sigillo” acquerellati con grazia da Alessadra Varbella, per le edizioni “Fiorina”.
 

Uno spazio dicotomico


Leggendo cogliamo l’invito: trascendere la parola immergendosi nelle profondità di uno spazio dicotomico, immaginario e realissimo, in cui «il possibile non diventa impossibile / l’impossibile invece è già una possibilità». Uno spazio in cui, come scrive Rosa Pierno nella noterella, «l’abbattimento delle cesure tra sacro e profano, bestiale e umano, libera le reliquie e i simboli prima imprigionati nelle classificazioni metafisiche; e in tal modo coralli, cuori, seni, mostri non trovano più posizione nel paesaggio personale».

Un testo coltissimo, che, come “Persica” e il fiammante “Ophrys” con i quali costituisce unità, fa insorgere l’esperienza esistenziale, simbolizzandola insieme alla dimensione della storia collettiva, «la beatitudine supera / la vocazione alla beatitudine / non posso essere più precisa di così / mentre Paul tornava all’oscuro / […] / venivo alla luce a cosa di preciso / non sa dire non c’è fine se non “da finire”/ non c’è inizio non c’è inizio da iniziare». Un testo, “Etcetera”, che, dal titolo all’ultimo verso («e non ho finito»), ci smembra in una dimensione di «sempiterno fararsi».

Esistono luoghi o momenti ideali per scrivere?

«Scrivo dappertutto con un disordine lavico e forsennato. E mi stupisce, alla fine di un percorso in rime, scoprire un ordine inconscio, mentale. Comprendo solamente che questo disordine corrisponde a un superiore ordine, misterioso non intellegibile, un palinsesto musicale. Il momento ideale è quando mi sembra di riuscire meglio a comunicare in versi questo (dis)ordine. E in genere questo momento ideale corrisponde a uno stato di scabra grazia o di ruvida poesia».

Chi “rileggerebbe” e per quali ragioni?

«Rileggerei Bachmann tra le ondine della Boemia anche quando il mare non c’è; e Achmatova tutte le volte che è necessario zittire i potenti. Rileggerei Celan quando non sappiamo più dirci cose oscure; e la Rosselli che ancora cade, cade e non finisce di cadere assieme a noi. E poi Rilke, quando amiamo qualcosa che non c’è, un unicorno o una bestia rara non ancora catalogata dal pensiero; e poi Reale perché abbiamo sempre bisogno di un’isola o Cattafi quando scopriamo che lo scopo dell’isola è cadere in tentazione. E le sirene? Leggerei Busacca, Stecher, Costa. E Insana, Jolanda, insana pure nel nome. Infine, leggerei Bach ogni giorno, tra un silenzio e l’altro e nessun silenzio, quando la poesia viene meno e neanche io mi sento tanto bene».

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